Conversando con ... Silvio Zanon

di Gian Paolo Dal Dosso 

Per la rubrica "Conversando con..." abbiamo incontrato il baritono veneziano ma veronese d'adozione Silvio Zanon. Una carriera nei maggiori teatri mondiali (Scala di Milano, Opera di Roma, Bolshoi di Mosca, Staatsoper di Vienna, Bunkamura di Tokio, Liceu di Barcellona, Deutsche Oper di Berlino) a cui si affianca l'attività didattica all'Accademia Progetto Voce da lui fondata.

Silvio, una carriera molto importante la tua. Hai affrontato ruoli impegnativi e di grande impatto teatrale e drammaturgico. Ti consideri un predestinato al canto?

Credo di sì, al canto e alla musica, ma non al teatro. Mi spiego: ho iniziato molto giovane a dedicarmi alla musica, dapprima come batterista avendo l'onore di studiare con il grande Popi Rossi, storico batterista della grande orchestra di Gorni Kramer, poi come cantante lirico in età abbastanza “avanzata”, 25 anni, avendo grossi risultati e molte soddisfazioni che continuano tutt'oggi sia come insegnante (insegno in due accademie in Italia e una a Londra) che come cantante. Ma non mi riconosco nel teatro di adesso e soprattutto nell'idea che ne deriva dalla nostra classe governante. Ci vorrebbe più musica e talento e meno intrallazzi e politica.

Hai un ricordo particolare? Quando è entrata la musica nella tua vita?

La musica fin da sempre, mia madre mi racconta che fin dalla culla io dormivo e mangiavo solo se vicino avevo una radiolina attaccata che trasmettesse musica di qualsiasi tipo, e come vedi dalla stazza di musica ne ho ascoltata molta! Il mio approccio con il canto invece è stato molto particolare: io ero un rockettaro doc, spaziavo dai Kiss agli AC/DC, dagli Yes ai Jettro Tull o ai Genesis ma un giorno, passando per il salotto di casa mia, sentii alla tv Domingo cantare “E lucevan le stelle” dalla Tosca di Puccini. Chiesi subito a mio padre che “canzone” fosse e lui mi rispose compiaciuto dicendomi ”vedi, testone, che te l'ho sempre detto che la lirica è bella?”. Non volli dargli soddisfazione e andai nel mio solito negozio di dischi, dove mi rifornivo solitamente,a chiedere lumi riguardo questa “lirica”, il padrone del negozio sgranò gli occhi e alla fine mi consigliò le mie prime due opere da ascoltare: Cavalleria rusticana di Mascagni, perchè era breve ma intensa, e La bohème di Puccini. Arrivato a casa le ascoltai e dal “sono andati, fingevo di dormire” fino alle grida strazianti di Rodolfo che chiamava invano la sua Mimì, mi ritrovai a piangere come una vite tagliata. Fu un Amore immediato al quale non so più rinunciare. Da quel momento iniziò un'altra storia molto particolare che mi portò poi a calcare le scene internazionali, ma per non tediarvi la racconterò un'altra volta.

Volentieri. L’emergenza sanitaria ha pesantemente condizionato nei mesi scorsi l’attività di tutti i teatri d’opera. Cosa hai provato nel vedere l'Arena con un pubblico praticamente decimato a causa delle stringenti misure di sicurezza?

Quello che più mi rattrista, oltre a questa pandemia (?), è vedere che i teatri stavano già agonizzando a causa di gestioni malsane e di uno stato che considera l'arte come una cosa effimera di cui si può fare tranquillamente a meno o, peggio, in cui scaricare i propri scarti, dimenticando che storicamente le prime cose che si riaprono dopo le guerre sono proprio i teatri, per riportare gli animi della gente alla bellezza e alla musica dopo tante sofferenze. Durante il lockdown l'arte è stata l'unica vera amica e l'unico sollievo per tutti noi, non dobbiamo mai dimenticarlo, e soprattutto non dovrebbe dimenticarlo chi dovrebbe avere a cuore il bene della collettività.

Al di fuori delle recite e dei concerti c'è un momento particolare della giornata in cui ti piace cantare?

Sempre, canto anche senza rendermene conto, a casa nostra, tra me e mia moglie (il soprano Chiara Angella) non servono dischi o radio, ci arrangiamo noi!

Stai preparando un nuovo ruolo?

Da quando ho volutamente deciso di lasciare i teatri mi sono dedicato all'insegnamento e alla messa in scena di opere e spettacoli vari. Ho semplicemente deciso di cercare di fare l'arte a “modo mio” dal momento che quella che mi veniva imposta non era di mio gradimento. Abbiamo fatto moltissimi spettacoli collaborando con moltissimi comuni e enti, abbiamo fatto tantissimi Master class in Italia e in moltissime parti del mondo: Hong Kong, Russia, America, Azerbaijan, Giappone e molte altre. Sono chiamato spesso come giudice in molti concorsi canori in Italia e all'estero (a fine mese sarò presidente di giuria in un concorso a San Pietroburgo che, causa covid, verrà fatto interamente on line), abbiamo messo in scena, con orchestra, coro, costumi e scenografia, tre opere: Cavalleria rusticana, Elisir d'amore e Pagliacci. Abbiamo trovato poi un ottimo modo, a parer mio e vista l'affluenza e il calore del pubblico, per portare l'opera a tutti e “attivare” la curiosità del pubblico, cioè delle opere dove io racconto come, perché e tutti gli aneddoti riguardanti l'opera che mettiamo in scena e il suo autore, mentre Chiara fa da trait d'union tra i punti salienti dell'opera che invece vengono eseguiti dai nostri splendidi cantanti, una specie di Bignami della lirica. In questo modo abbiamo messo in scena: Barbiere di Siviglia e La traviata, con un successo tale che i comuni ce li chiedono in continuazione, il prossimo lavoro sarà quindi il Così fan tutte di Mozart dove, oltre ai nostri splendidi artisti, ci esibiremo anche io e Chiara, presenteremo, ideeremo, faremo la regia e sceneggeremo lo spettacolo. L'ultima chicca che vi voglio regalare è invece uno spettacolo interattivo, dove il pubblico sarà direttamente coinvolto, e parlerà di noi veneti. Infatti il titolo sarà: “Orgoglio Veneto”. Mio padre era un noto esperto di storia di Venezia e del Veneto, ha scritto parecchi libri, tra cui un libro sulla “galea” veneta che gli è valso anche il riconoscimento da parte del mensile Focus, quindi io sono nato e cresciuto con i racconti di mio padre sulla nostra fantastica storia e trovo incredibile che noi veneti veniamo dipinti con tanta dabbenaggine come un popolo di servette o di beoni dimenticando la nostra storia plurimillenaria, dimenticando ad esempio che l'impero di Roma deve la sua grandezza anche e soprattutto al supporto dei veneti che furono alleati MAI sottomessi, che combattemmo nella famosa guerra di Troia dove morì il nostro grandissimo comandante Pilemene, che gli stessi Stati Uniti d'America devono la loro costituzione alla repubblica serenissima e che molte delle parole di uso comune sono parole venete. Quindi con questo spettacolo, per ora bloccato causa covid, intendo far rivivere la nostra storia al pubblico, sia fisicamente che con la musica e la poesia, e di arte ne abbiamo davvero tantissima in ogni minima cosa, lo sapevate, ad esempio, che il mitico Rossini musicò addirittura il tifo che veniva fatto a Venezia nelle regate? A proposito, anche regata è una parola veneta.

Se non avessi fatto il cantante cosa ti sarebbe piaciuto fare?

Qualsiasi cosa che mi faccia stare bene e che faccia stare bene gli altri.

Come artista lirico tu studi, vivi ed incarni i personaggi; Verdi aveva una straordinaria capacità di scolpirli e dare loro vita. Anche il pubblico melomane vive delle emozioni date dagli artisti. Ricordi un complimento che ti ha particolarmente gratificato?

Complimenti ne ho avuti davvero molti, ricordo quelli del premio Nobel Montalcini dopo il mio Scarpia a Roma, ricordo quando Zeffirelli mi disse che mi avrebbe ricordato nel suo memoriale e mi regalò il suo bozzetto di “Pagliacci” con sotto scritto di suo pugno: “A Silvio cantante sorprendente e generoso”, ricordo anche quando Zeffirelli mi disse: “Io Scarpia me lo immaginavo proprio come lo fai tu”, oppure quando Pavarotti, dopo che gli cantai “Nulla, silenzio” dal Tabarro, mi mise una mano sulla spalla e girandomi verso i suoi allievi gli disse: “Avete sentito? Cosi si canta”, o ancora quando Chailly alla Scala in camerino mi disse: “Zanon, ogni sera meglio, aspetto ogni volta la prossima recita per sentirti di nuovo” o quando durante l'aria “Scorri fiume eterno” appoggiava la bacchetta sul leggio e faceva segno al primo violino di seguirmi. Ma il complimento che ricordo con più emozione fu quando mia madre, nei camerini del teatro Goldoni di Venezia, durante la pausa de "Le nozze di Figaro", dove io interpretavo Figaro, mi disse: “Ce la stai facendo, contro tutto e contro tutti!”. Se ci penso mi emoziono ancora adesso.

Una domanda provocatoria: cosa pensi dei critici musicali?

Channing Pollock diceva che "il critico è un uomo senza gambe che insegna agli altri a correre", comunque sia non mi sono mai interessato a questi personaggi, anche perché lasciano davvero il tempo che trovano, i teatri sono influenzati da ben altre cose che dai critici o dal pubblico, purtroppo.

Prima di entrare in scena i cantanti, notoriamente, compiono riti scaramantici: dai colpetti di tosse al "MIAEU" passando per gli intramontabili "Dammi la mela, Pippo ..." oppure "Ampelio!" per cercare i suoni in maschera. Qual è il tuo? 

Io ho degli esercizi di logopedia che spiego anche nel mio manuale di canto "Il canto è gioia", edito da Qui edit, e poi dei semplici vocalizzi su arpeggi di ottava.

Altra domanda provocatoria: cosa pensi dei maestri di canto?

Un gran bene, ma dove sono?

In quale teatro, o sala da concerto, hai trovato le migliori condizioni acustiche?

Le condizioni acustiche a volte variano anche a causa delle regie, mi ricordo, ad esempio, quando cantai "Germania" di Franchetti alla Deutsche Opern di Berlino, non c'erano quinte, nessun pannello, un' orchestrazione prevalentemente di ottoni e fanfare, io che "gridavo" da in fondo ad un palcoscenico che sembrava una piazza d'armi... sai, in quel caso diventa difficile avere un giudizio obiettivo. Ricordo però come ottimi: il Goldoni di Livorno, il Liceu di Barcellona e il Massimo Bellini di Palermo.

Il pubblico più caloroso che hai incontrato?

Devo dire che con il pubblico ho sempre avuto un ottimo rapporto, sono sempre stato benvoluto e molto ben ricambiato, ricordo degli episodi in particolare come la standing ovation del loggione della Scala, che poi coinvolse una bella parte del restante pubblico, dopo la mia interpretazione di Michele in Tabarro. Ma una cosa ricordo in particolar modo, ed è una cosa che ricordo sempre ai miei allievi per fargli capire l'importanza del nostro ruolo nel mondo: ero in una città vicino a Osaka, in Giappone, lì hanno l'usanza di mettersi tutti in fila per chiederti l'autografo nel foyer, ad un certo punto venne una signora con il marito visibilmente scosso al suo fianco e mi disse in un perfetto inglese: "Maestro, mio marito voleva ringraziarla, ma la sua emozione non gli permette ancora di parlare, per questo le volevo dire che lui l'ha applaudita per 10 minuti, ma quando si è reso conto delle sue condizioni è stato come risvegliarsi da un bel sogno e ha iniziato a piangere". A questo signore mancavano tutte e due le braccia. Io credo che sia per questo che associano il canto a un dono divino, non è nelle possibilità di molti poter far scordare ad una persona il suo handicap per 10 minuti, questo è il potere dell'arte, non sottovalutiamolo mai!

Ultima domanda provocatoria: cosa rispondi a chi ti chiede qual è il tuo mestiere "vero"?

Che io sono un nutrizionista... di anime e sentimenti.