Conversando con ... Mariapaola Meo

di Gian Paolo Dal Dosso 

Per la rubrica "Conversando con" abbiamo incontrato il giovane soprano e critico musicale napoletano Mariapaola Meo, collaboratrice del periodico di informazione, spettacolo e cultura "Oltrecultura". 

Mariapaola, tu sei napoletana: la città partenopea, notoriamente vocata alla musica, è stata uno dei maggiori centri del barocco (con Scarlatti, Leo, Feo, Jommelli, Pergolesi) e ha dato un notevole impulso all'opera del Settecento. La canzone napoletana, inoltre, è uno dei grandi simboli della tradizione italiana. Qual è il tuo rapporto con questa città e il suo immenso patrimonio culturale?

Napoli è stata pioniera in tutto! Il Conservatorio San Pietro a Majella, nato dall'unificazione di quattro preesistenti istituti di misericordia: il "Santa Maria di Loreto", quello della "Pietà dei Turchini", "Sant'Onofrio a Capuana" e quello dei "Poveri di Gesù Cristo" fu la prima istituzione musicale di quel tipo, il Teatro di San Carlo, costruito nel 1737 per volontà del Re Carlo III di Borbone e inaugurato 41 anni prima della Scala di Milano e ben 55 anni prima della Fenice di Venezia, é il più antico teatro d'opera in Europa. Tra questi due luoghi privilegiati e certamente noti al grande pubblico, si é svolta la mia formazione. Tuttavia, se volessimo tracciare a Napoli itinerari significativi per la storia della musica, probabilmente nessuna strada del centro storico ne resterebbe esclusa, ad ogni crocevia una tappa imprescindibile, un tassello indimenticabile di quella grande ed irripetibile esperienza che fu qui il Settecento in musica. Napoli fece scuola e anche oggi non ha smesso di stupire neppure chi la vive quotidianamente. La biblioteca del Conservatorio e quella dei Girolamini sono miniere inesauribili di capolavori e ci restituiscono continuamente testimonianze in questo senso. Per giungere alla tua domanda: sei un collega, riesci dunque, senz'altro, ad immaginare l'entusiasmo di allestire "La serva padrona" di Pergolesi, dopo ben tre secoli, nel teatro che la vide debuttare. Puoi capire cosa significhi per un giovane musicista prendere parte alla prima esecuzione moderna di una grande partitura del barocco napoletano, riportata alla luce, revisionata con lavoro minuzioso, eseguita filologicamente e restituita al pubblico in luoghi di grande interesse storico ed artistico. Questo l'immenso privilegio che mi ha riservato questa città straordinaria.

Hai un ricordo particolare? Quando è entrata la musica nella tua vita?

Premetto che nessuno in casa mia ha a che fare con questo ambito, da brava primogenita di famiglia borghese intorno ai nove anni fui avviata allo studio del pianoforte ed ebbi un'insegnante che riuscì a farmelo farmelo detestare. La musica però ha sempre fatto parte della mia vita, direi quasi per moto naturale della mia sensibilità. Un episodio significativo é sicuramente legato alla prima volta che assistetti all'Opera, lo spettacolo più vivace che riuscissi ad immaginare, ne fui letteralmente soggiogata al punto da scegliere che diventasse, a qualunque costo, la mia professione. Il percorso non è sempre stato in discesa ma lo rifarei un milione di volte. 

A cosa stai lavorando attualmente?

Oltre ai consueti studi di repertorio, sono impegnata nella pubblicazione di un saggio tutto dedicato alla critica musicale, dal titolo: "Un piacer serbato ai saggi, o sia la dilettevole professione del critico musicale", che si propone di essere una prima trattazione sistematica di una materia per sua natura eterogenea.

All'attività artistica affianchi quella di critico musicale. Cosa hai provato assistendo agli spettacoli dei grandi teatri napoletani (San Carlo, Mercadante) alla presenza di un pubblico praticamente decimato dalle stringenti misure di sicurezza?

Un paese che chiude i teatri ma lascia aperti i centri commerciali, ahimè, fa davvero poco ben sperare. Parliamo di cambiamenti più o meno a lungo termine, Lissner, il sovrintendente, recentemente avvicendatosi, del Massimo napoletano, ha illustrato, in una intervista al Corriere di qualche settimana fa, il progetto di una "Netflix" del San Carlo, al via nel 2021: «Con i posti limitati perdiamo circa 50 mila euro a serata. Avremo uno studio interno e tecnologia avanzata». Oggi lo streaming degli spettacoli non é solo la nuova frontiera ma un'esigenza ineludibile. Ed ecco che la critica musicale, già recentemente impegnata a difendere la sua utilità e professionalità dall'avvento dei social, che ne ha completamente e definitivamente ridefinito i connotati e le modalità, si trova oggi a fare i conti con una nuova sfida: la critica di materiale audiovisivo. Anche a questi argomenti ho riservato uno spazio di trattazione nel mio lavoro prossimamente edito.

Se non avessi abbracciato la musica cosa ti sarebbe piaciuto fare?

Dal 2016 ad oggi, per l'Associazione Oltrecultura, ho organizzato numerosi eventi culturali e musicali anche di un discreto prestigio. Sono una stakanovista con una personalità da team leader ed una spiccata attitudine al problem solving: diciamo che l'Event Manager é una professione che trovo congeniale.

Nel tuo studio dei personaggi avrai certamente incontrato anche quelli verdiani; il maestro di Busseto aveva una straordinaria capacità di scolpirli e dare loro vita. Anche il pubblico melomane vive di emozioni. Ricordi un complimento o un'osservazione che ti ha particolarmente gratificata?

I meno competenti si sorprendono innanzitutto che un soprano non debba necessariamente essere in carne. Due parole ritornano poi spesso tra quelle generose ed affettuose che il pubblico mi riserva: eleganza e sensibilità, chi conosce il dietro le quinte non può fare a meno di aggiungere tenacia. Per quanto riguarda la mia penna, mi piacerebbe si apprezzasse lo stile lineare ed equilibrato che ricerco.

Una domanda provocatoria, che ti tocca da vicino: cosa pensi dei critici musicali?

Ho già accennato alla difficoltà di svolgere questo lavoro in era social media, in una società in cui ciascuno si sente in diritto ed in piena facoltà di esprimersi su qualunque cosa, persino senza competenza alcuna. Per giungere alla conclusione che, mai come oggi, abbiamo bisogno che professionalità e deontologia traccino il discrimine con il dilettantismo e l'amatorialità. Uno dei capitoli del mio saggio é interamente dedicato alle competenze, che sono talmente ampie ed eterogenee, che un critico musicale dovrebbe possedere. Sono davvero rarissimi i casi in cui è dato trovarle tutte concentrate in una sola persona. Per questo motivo credo che ai critici occorra guardare con un occhio benevolo, soprattutto quando siano giovani e dimostrino di lavorare sodo per migliorarsi. Io stessa in qualche circostanza sono stata guardata con sospetto. Non é una professione semplice e tantomeno, ahimè, ben remunerata.

I cantanti, notoriamente, durante la giornata tengono "accesa" la voce con piccoli riti personalizzati: dai colpetti di tosse al "MIAEU" passando per gli intramontabili "Dammi la mela, Pippo..." oppure "Ampelio!" per cercare i suoni in maschera. Qual è il tuo? C'è un momento particolare della giornata in cui ti piace cantare?

C'è sicuramente un momento della giornata in cui non amo cantare e il mio pianista accompagnatore lo sa bene, al mattino presto a volte non é semplicissimo "carburare". Dopo anni ed anni di vocalizzi più o meno improbabili quanto inutili suggeriti dalla fantasia di insegnanti non tutti brillanti, oggi riesco a scaldarmi la voce solo con la musica stessa che mi accingo ad eseguire.

Altra domanda provocatoria: cosa pensi dei maestri di canto?

Ti ringrazio per questa domanda. Io credo che esistano gli stili interpretativi e che questi siano suggeriti in buona parte dalla stessa scrittura musicale; della tecnica vocale, invece, ho una visione piuttosto univoca, una salda tecnica deve potersi declinare in base alle esigenze stilistiche. Il canto per sua stessa natura si presta ad una serie infinita di equivoci e di illazioni, come comune denominatore gli impostori celano una incompetenza di fondo dietro la presunta indeterminatezza della materia e la soggettività del metodo. Ho ragione di pensare che sia tutto meno nebuloso e più concreto di quanto taluni vogliano fare apparire. Per altro, detesto quegli insegnanti che puntano sul cavallo dato favorito, lasciando indietro il resto, il loro dovere sarebbe impegnarsi per valorizzare il materiale diverso e la diversa sensibilità di ciascun allievo, senza riversarci sopra il proprio senso di inadeguatezza e frustrazione... Ne approfitto per dare qualche suggerimento ai giovani allievi: diffidate di chi non abbia mai calcato il palcoscenico, di chi non faccia esempi vocali, di chi vi dissuada dalla ricerca personale e non permettete a nessuno di mortificare le vostre aspirazioni, e poi ascoltate tanta buona musica bene eseguita da bravi interpreti. Infine, poche parole le riserverei a foniatri e logopedisti che si improvvisano maestri di canto: pretendono di insegnare un'arte che prevede acrobazie restando comodamente seduti dietro le loro scrivanie. Ognuno faccia il lavoro per cui si é formato!

Terza ed ultima domanda provocatoria: cosa rispondi a chi ti chiede qual è il tuo mestiere "vero"?

Fioraia, regina, schiava etiope, a volte persino santa... svolgo una professione "vera" che mi permette nella finzione di impersonarle tutte!